Editoriale | Delaini & Partners

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Mio padre (classe 1915, per carità!) mi incuriosiva un sacco raccontando dell’autarchia. Faceva riferimento alle sanzioni inflitte all'Italia dalla Società delle Nazioni a seguito della guerra d’Etiopia del 1935, un evento di cui sapevo poco o niente perché i libri di storia si fermavano alla prima guerra mondiale. L'unica reazione possibilei era stata l’autarchia, il fare tutto da soli, anche perchè quella era la posizione dura e pura del partito allora al potere.
L’Enciclopedia Treccani, sfogliata per una piccola smania di precisione, definisce l’autarchia come “condizione di un paese che mira all’autosufficienza economica, nell’obiettivo di produrre sul territorio nazionale i beni che consuma o utilizza, limitando o annullando gli scambi con l’estero.” Letta così, sembrerebbe quasi una cosa positiva.

Mondo che si ribalta
Una manciata d’anni dopo gli scenari erano radicalmente cambiati. L’aspirazione europea a rapporti tra Stati che lenissero le ferite della guerra era sfociata nella creazione della CECA, la comunità del Carbone e Acciaio. Non a caso ideata da personaggi irripetibili del calibro di Schuman, Adenauer e De Gasperi. Siamo nel 1951 e per arrivare alla Comunità Economica Europea, definita nel Trattato di Roma del 1992, di strada ce n’era un sacco.
Da ragazzo l’ipotesi autarchica mi sembrava demenziale. Non che ne sapessi di economia e di commerci internazionali, ma qualcosa nel mio intimo più profondo si ribellava. Insomma, ero convinto che il “chi fa da sé fa per tre” potesse valere esclusivamente su una scala di problemi individuali, non su quella delle comunità. E quando ho assaporato l’esperienza di passare un confine senza dovermi fermare o essere costretto a cambiare la valuta mi è sembrato una specie di miracolo.
La globalizzazione ha successivamente cullato la mia utopia di un mondo senza confini e senza ostacoli, in cui immaginavo che ciascuno – persona, impresa, Stato – avrebbe portato il proprio contributo per il miglioramento ed il benessere di tutti. Lo confesso, sono un incurabile idealista.

Una follia può diventare esigenza (o necessità)
Successivamente ho fatto a tempo a capire che la globalizzazione era, sotto sotto, una cosa un po' più complessa, con obiettivi non sempre altruistici, che il trasferimento di una fetta significativa di potere – sto semplificando – dagli Stati alle Multinazionali nascondeva più d’una insidia. Ma questa non vuole assolutamente essere una valutazione di natura politica.
Quest’anno è scoppiata la guerra d’Ucraina, assurda nei modi e nelle motivazioni, ed il sottoscritto, come molti altri (penso), ha iniziato a captare una serie di incertezze che vanno oltre la spontanea preoccupazione e partecipazione per le persone ed i popoli coinvolti. Se è sufficiente minacciare di bloccare i rubinetti di gas e petrolio per gettare nel panico un intero Continente e le sue economie, allora siamo messi male. Se basta chiudere il Mar Nero per affamare i Paesi più poveri e forse non solo quelli, allora qualcosa nella miracolistica globalizzazione non quadra. Se può capitare (e non è avvenuto!) che la Cina che ne ha gran parte del controllo blocchi l’esportazione delle terre rare mettendo in crisi l’industria dei microchip o altri prodotti ad alta tecnologia e, a cascata, tutta una immensa serie di produzioni industriali, allora non è che il mondo, il nostro mondo, possa dormire sonni tranquilli. Io personalmente, delle terre rare non sentivo più parlare da quando ho dato l’esame di Chimica Inorganica e oggi scopro che servono persino nei pannelli fotovoltaici.

Dubbio
Il dubbio, a questo punto, diventa praticamente di taglio esistenziale. La scelta tra le opzioni estreme è ardua:
  • l’autarchia non ha decisamente senso in un’epoca in cui il mondo è racchiuso in un fazzoletto e tutto è (o deve) essere condiviso comprese notizie, collegamenti tra persone e banche dati, commerci e così via; e poi siamo abituati a non farci mancare nulla e le catene di produzione (materie prime, semilavorati, assemblaggi, …) sono sistematicamente disseminate tra Paesi e Continenti diversi
  • la globalizzazione, in teoria, rappresenterebbe la risposta più logica, salvo il fatto che qualsiasi “rissa” tra Stati può coinvolgere il mondo intero, facendo franare il castello di illusioni su cui si basano non solo le nostre certezze ma anche le nostre economie.
Il quesito è estremamente complesso - io non ho risposte - ma non per questo possiamo serrare occhi ed orecchi e fare finta che non esista.
Mi viene in mente un’espressione che mi ha colpito nel profondo, enunciata da quel signore in abito bianco che si affaccia ad un’alta finestra di Roma e che ha detto, nel suo italiano a volte improbabile ma sempre ricco di significati profondi, che occorre “vivere bisognosi dell’altro”.
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Alberto Delaini
alberto@delainipartners.it
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