Un nome, una storia | Delaini & Partners

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Marco Zuccari
mzuccari@leapi.it
L'arrivo di una bimba fu un avvenimento che non poteva passare inosservato in una famiglia e, meno che mai, a me, primogenito di cinque anni che attendevo l'evento con impazienza.
Avevo scritto la letterina a Gesù Bambino perché volevo una sorellina, bionda, con gli occhi azzurri, che fosse da subito di cinque anni, cioè della mia età. Così avremmo potuto giocare insieme senza superflue attese.
L'esserino che mi presentarono qualche ora dopo la nascita doveva avere qualche errore di fabbricazione; era una bimba e non un bimbo e questo era in linea con le specifiche, ma tutto il resto difettava. Incredibilmente piccola, non cinque anni ma neonata; capelli neri e occhi indecifrabili ma da escludersi che fossero azzurri. Non sembrava neppure incline a interloquire con me e si limitava a frignettare, pigolando come un pulcino nel nido.
O non mi ero spiegato bene o Gesù Bambino non era più quello di una volta.
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Quando dopo qualche giorno quella cosina venne portata a casa, incominciò lo psicodramma del nome.
A quel tempo frequentavo a Domodossola l'asilo dalle suore rosminiane di via Mattarella. Avevo molti compagni e molte compagne, rigorosamente separati per evitare una promiscuità in quegli anni disdicevole anche tra pargoli. Ciononostante fiorivano gli amori (quasi sempre unidirezionali).
Io ero perdutamente innamorato di una splendida compagna la quale - c'è da dirlo? - era bionda e con gli occhi azzurri. Non credo che la mia amata si sia mai accorta di me come spasimante, ma questo non riduceva la mia passione.

L'esserino frignoso a casa era l'inconsapevole oggetto di una disputa familiare che contrapponeva papà, mamma e me. Essi, prepotenti usurpatori, avevano un loro nome per la nuova arrivata e io non capivo come potessero essere così assurdi e invadenti da decidere sulla MIA sorellina, che avevo chiesto con una MIA letterina e che si era installata nella MIA casa. La bimbetta era stata preparata per ME (sbagliando un po' la configurazione richiesta - è vero - ma questo era un problema tra me e Gesù Bambino, cosa c’entravano loro?) e consegnata a ME. Il suo nome non poteva certo essere quello che volevano loro; il suo nome l'avevo nella mente e nel cuore da tempo: quello del mio amore biondo dagli occhi azzurri.
Mamma e papà provarono in tutti i modi a convincermi. Fui magnanimo: concessi che essi si potessero rivolgere all'esserino a loro piacimento. Io l'avrei chiamata sempre e soltanto nell’unico modo possibile: come il mio amore biondo. Lo ripetevo cocciuto, insensibile allo smarrimento dei genitori.
Capitolarono loro non io. La saggezza degli adulti suggerì di non traumatizzare la bimba facendola crescere con due nomi diversi. Ammisero che quello proposto da me non era malvagio e l’accettarono.

Finì l'asilo e la compagna bionda sparì dalla mia vita.
Per un caso del destino ci rincontrammo più di quarant'anni dopo e casualmente ci riconoscemmo come antichi compagni d'asilo.
La Fata non era più una splendida bambina, ma una gran bella signora. Gli occhi erano ancora azzurri (miracolo della natura) e i capelli ancora biondi (miracolo della cosmesi).
Chiacchierammo e, quasi cinquantenne, le confessai, ridendo, il mio struggente amore di bambino. Le dissi anche che - causa sua - avevo una sorella dello stesso nome che lei portava. Non si meravigliò affatto. Mi disse che anche un altro bimbo aveva vissuto la mia medesima sorte. Ascoltai allibito di un compagno nostro coetaneo che si era innamorato di lei (dichiarandosi, quello sfacciato!), aveva avuto una sorellina nata lo stesso anno della mia e aveva preteso di chiamarla come la Fata bionda dei miei sogni (e, ahimè, anche suoi).
Mi rivelò chi fosse: lo conoscevo benissimo! Si trattava di un amico che avevo frequentato anche dopo l’asilo. Ricordavo tutto perfettamente: il compagno, la sorellina omonima della mia, ma ero ignaro del retroscena che mi veniva svelato dopo così tanti anni.
Per un attimo pensai di cercare il fellone e sfidarlo a duello, ma poi decisi che non era una buona idea e soffocai quella vaga gelosia che serpeggiava spaesata tra i ricordi di oltre quarant’anni prima.

Ho di nuovo perso di vista la bimba bionda divenuta bella signora.
Mi rimane una cara sorella che bionda non è mai stata, ma ci vogliamo bene ugualmente.
E poi ha un bellissimo nome e quando la saluto, “Ciao, Gabriella”, mi risveglia recondite dolcezze.


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Dopo una carriera dedicata alle attività tecnico-scientifiche, Marco ha virato verso gli interessi umanistici e gli impegni sportivi.
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