Azione partigiana | Delaini & Partners

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Luigi Vannutelli
luigi@vannutelli.net
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Quello che segue non è un racconto, ma la cronaca di un fatto realmente accaduto e di cui ho conservato un ricordo molto vivo anche nei particolari, per ovvi motivi di emozioni vissute. Questo ricordo è stato pubblicato dal Corriere in un servizio di "ricordi dell'8 Settembre" ed è stato da me recitato come monologo in una serata teatrale all'Auditorium Civico di Brugherio.

Mi piace riproporla ora, in ricordo del 25 Aprile.
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Sono nato a Roma nel 1936 ed ho vissuto nella capitale fino a quando ho iniziato a lavorare. Quindi l'otto Settembre del 1943 ero un ragazzino di 7 anni e mezzo.
Ero sfollato con la mia mamma a Cura di Vetralla, un paesino a nord di Roma.
Dalla radio, ma soprattutto dall’intensificarsi dei passaggi di aerei e dai carri armati ed autocolonne tedesche che si dirigevano verso Roma, avevamo capito che era successo qualcosa di grave ed importante: l’armistizio.
Era diventato ufficiale quello che già era nell’aria: i “nemici” ora erano i tedeschi di Hitler.
Con l’aggravante che li avevamo in casa.
La mamma decise che era meglio tornare a Roma per ricongiungerci con il papà che era rimasto a casa. Così, di buon mattino, andammo alla stazione che si trovava accanto a dove stavamo. C’era poca gente e di lì a un po’ arrivò un treno con solo 2 o 3 vagoni.
Dalla locomotiva, a vapore, si affacciò il macchinista che ci spiegò che lui aveva tutte le intenzioni di portarci a Roma, ma non ci garantiva di riuscirci perché il treno poteva essere bloccato dai tedeschi. Ed infatti così avvenne: dopo una ventina di kilometri, ad Oriolo Romano il treno fu bloccato.
Sempre il macchinista ci venne a dire che gli avrebbero permesso di tornare indietro. Ci suggerì quindi avviarci indietro a piedi, lungo il sentiero che costeggiava la ferrovia, e che lui quando sarebbe riuscito a ripartire, ci avrebbe raccolti per riportarci indietro.

Utile descrivere il luogo e la situazione: la via Cassia, alberata, la ferrovia per un paio di Km parallela alla strada, dietro la ferrovia colline e boscaglia fitta. Dall’altro lato della strada, sulla destra andando verso Roma, dopo qualche casa davanti alla stazione, aperta campagna con un fitto canneto in pendio sul lato della strada. Sulla via Cassia transitavano, ad intervalli più o meno regolari, autocolonne tedesche di camion e carri armati in direzione di Roma.


Erano circa le due del pomeriggio. Eravamo un gruppo di una ventina di persone; stavamo per avviarci a prendere il sentiero accanto alla ferrovia come indicatoci dal macchinista, quando dal canneto a lato della strada sbucò un gruppo di 6 o 7 soldati italiani, in divisa.
Erano letteralmente terrorizzati e quasi piangendo ci chiesero aiuto.
Quello che aveva assunto la guida del nostro gruppo si mise ad urlare: “Nascondetevi ! Se ci vedono qui con voi ci becchiamo tutti una sventagliata di mitra! “.
In quella, vediamo sbucare dalla curva in fondo al rettilineo della strada un carro armato, e quindi tutti, noi ed i soldati italiani, ci buttammo dentro il canneto per nasconderci dalla autocolonna che sopraggiungeva.
I “grandi” del nostro gruppo, si misero a discutere cosa fare.
I soldati ci dissero che dovevano traversare la strada e la ferrovia, per raggiungere, nelle colline dietro, dei gruppi di partigiani che a quanto pare si stavano formando in quelle boscaglie. Il problema era però come attraversare la strada e la ferrovia senza essere intercettati dalle colonne tedesche.
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Bisognava essere sicuri che non vi fossero tedeschi in arrivo, e per far questo occorreva qualcuno sulla strada che non destasse sospetti per cogliere uno dei momenti di interruzione tra una colonna e l’altra.
La strada era troppo lontana dalla stazione e, data la situazione, non c’era anima viva. Un uomo – o peggio una donna – solo in strada in quel frangente e a quell’ora poteva attirare l’attenzione non certo amichevole dei soldati tedeschi.
A questo punto sentii tutti gli sguardi puntati su di me; in effetti l’unico che poteva non destare sospetti ero io.
Fu così che mia mamma prese la decisione eroica.
Mi disse: “Luigi, vai tu sulla strada, fai finta di niente, e soprattutto non guardare verso di noi. Quando vedi che c’è una interruzione delle autocolonne, ci fai segno”.


Mi avviai baldanzoso e molto fiero della mia missione e mi ripetevo “
Fai finta di niente, fai finta di niente” … come arrivai sulla strada, vidi una colonna di carri armati e camion arrivare e mi venne una gran paura: “fai finta di niente !”
Fai finta di niente ? come si fa a fare finta di niente quando sei lì, solo, a sette anni, su una strada e ti vedi un carro armato che ti viene contro?

Non so se è stata la paura o un provvidenziale intervento del mio angelo custode al quale mi piace ancora credere, fatto sta che presi la decisione più opportuna.

Mi sono girato, sbottonato i pantaloncini, tirato fuori l’attrezzino e mi son messo a fare pipì contro uno degli alberi sul ciglio della strada. La colonna, col carro armato in testa, passò a meno di 2 metri da me, con gran rumore di cingoli e motori e con i soldati tedeschi che, ridendo ed urlando, mi facevano grandi gesti di saluto e di incitamento alla mia pipì.

Ero letteralmente terrorizzato, ma portai valorosamente a termine la mia missione, facendo durare la pipì il più a lungo possibile. Finito il passaggio, e la pipì, e prima che sopraggiungesse un’altra autocolonna, feci il segno. I soldati italiani che nel frattempo si erano acquattati quasi sotto di me nel canneto a lato della strada, mi passarono correndo accanto, con grandi sorrisi verso di me, traversarono in un attimo la strada e la linea ferroviaria, dileguandosi nella boscaglia dalla parte opposta.

Questa fu la mia azione partigiana.
Ancora la ricordo come la pisciata più lunga della mia vita.
Non ho ricevuto per questo nessun riconoscimento ufficiale, né una medaglia, né niente.

Ma ancora oggi, a distanza di tanti anni, mi ritengo virtualmente insignito di una
“minzione d’onore” al merito della Resistenza.
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