Vocabolario emotivo | Delaini & Partners

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Stefano Francoli
stefano@nutrimenti.info
I grandi sconvolgimenti hanno il difetto – ma qualche volta anche il pregio – di gettare il cuore in un frullatore e di farne uscire sapori e sentori fino a quel momento assopiti; cioè di restituire un contatto con la nostra affettività che la velocità del mondo prima del Covid-19 aveva messo non di rado in secondo piano. Emozioni e sentimenti costituiscono – ora ancor più di prima – una potente risorsa per conoscere e cambiare il rapporto con la realtà. Essi sono il primo vagito di un linguaggio che, nell’epoca del mito, produceva eventi così fragorosi da modificare le sorti del mondo. Tutta la narrazione dei poemi omerici è un susseguirsi di ripicche o favori divini raffiguranti, però, nient’altro che la vastità del territorio umano. Tuttavia, come sempre accade, la potenza da sola si riduce a ben poca cosa se non è condotta, incanalata, arginata entro confini che permettono di utilizzarla. Quei confini sono le parole, dentro le quali possiamo avvertire l’eco delle oscure cantine dell’animo umano. Pensiamo, per esempio, alle vocali: i primi suoni che emettiamo da bambini e che connettono l’esperienza con la possibilità di raccontarla. Ecco allora che mai come oggi recuperare un’educazione sentimentale può diventare l’atto di nascita per una nuova consapevolezza di sé, a tutti i livelli: personale, famigliare, professionale. Per quanto mi riguarda, ho avviato un progetto di #VocabolarioEmotivo: una serie di microracconti per imparare il linguaggio dell’anima; un percorso per comunicare di nuovo con gli altri e con sé stessi, di cui, volentieri, qui condivido un brano e le migliori intenzioni.
Ma, se qualcuno ritenesse che l’esplorazione di sentimenti ed emozioni debba tornare rediviva sui nostri banchi di scuola, sulle tavole delle famiglie e, perché no, sulle scrivanie delle organizzazioni – per restituire a queste ultime vitalità, benessere e capacità di vedere oltre la fine del mese – la letteratura è piena di voci e di canti. E sa dimostrare quanto siamo intrisi fino all’osso di un potere che fino a ora abbiamo sottovalutato.

La telefonata

Michele mi chiama da una città ferita. La sua solita voce ferma, scandita, ottimista, come se nulla potesse scalfire l’energia che gli viene da dentro. Neanche un cedimento, almeno in apparenza, di fronte alle preoccupazioni degli ultimi giorni. Subito la sua voce mi incalza: qualche riflessione sullo stato dell’epidemia, qualche analisi. E poi giù: con un elenco di notizie che, per fortuna, hanno risparmiato la sua famiglia. Quel conoscente che incontrava di solito per strada e non può più avvicinare; quell’amica che non ha neppure fatto in tempo a infilarsi nel letto, e ha lasciato la sua casa già morta sopra la lettiga dell’ambulanza. E poi ancora: i compagni di una vita, che ha sentito nei giorni scorsi. Io lo ascolto, non tento neppure di dare una risposta alle sue incertezze, se non con qualche cenno sonoro di assenso; giusto per fargli capire che sono qui, che non è solo. Quando la telefonata si chiude, sono cambiato. La tristezza mi ha preso tra le sue braccia. Sono #costernato: desolato, dolorosamente sorpreso da ogni dettaglio di quella rapida storia; rammaricato per non potergli essere un amico migliore di quanto, per ora, sappia fare. Eppure sono grato. Quella voce ha rotto con delicatezza il velo che mi separa dalla verità: una qualsiasi verità, una possibile, una che non avevo ancora preso in considerazione.
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