Maledetta primavera! | Delaini & Partners

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Alberto Delaini
alberto@delainipartners.it
Stamattina mi sono svegliato e, dall’unico occhio che avevo faticosamente socchiuso, ho visto che erano quasi le dieci. Ho avuto un sobbalzo, poi mi sono rimesso quieto:
“Tanto oggi è sabato” mi sono detto per autoassolvermi, guardando con rancore la sveglia che, seppur muta, aveva avuto l’ardire di comunicarmi la cattiva notizia standosene appollaiata sul comodino.
“Poi c’è il CoronaVirus, non si andrebbe in ufficio neanche se fosse lunedì” ho dichiarato per concludere l’arringa.

“E comunque sarebbero le nove …” avrebbe puntualizzato il nonno Duilio, alzando gli occhi da L’Arena che non è l’anfiteatro romano che troneggia sul Liston, la passeggiata rituale di ogni buon veronese, bensì il quotidiano della città di Giulietta e Romeo. L’affermazione sarebbe spuntata tra le volute dell’immancabile toscano, mentre assestava la sua mole sul cuscino della Frau, la vetusta poltrona di cuoio color tabacco che era di sua esclusiva pertinenza.
E sì che avrebbe dovuto esserci rassegnato, visto che l’invisa “ora legale” era stata introdotta in Italia per la prima volta nel 1916, quando lui era fantaccino nelle trincee scavate in fretta e furia a difendere le sacre sponde del Piave. Invece non si rassegnava a farci l’abitudine: lui veniva dalla cultura contadina dove le ore erano tassativamente stabilite dal percorso del sole e il campanile della chiesa di Lazise si limitava semplicemente a ratificarle con i suoi sonori, rotondi rintocchi che si rimbalzavano in ogni casa colonica del circondario.

Però anche lui si concedeva una piccola eccezione:
“Gh’è speranse?” diceva ad alta voce prima che il dodicesimo tocco del mezzogiorno avesse terminato di far vibrare l’aria nei dintorni.
Si era già seduto a tavola, aveva avvolto attorno al collo un tovagliolo grande quanto un lenzuolo da barbiere – negli impegni gastronomici la sporgenza della pancia metteva a serio rischio la camicia bianca di giornata e il panciotto su cui spiccava la catena d’argento dell’orologio – e, se la nonna non era già pronta a riempirgli il piatto, iniziava a brontolare. Un po’ lo faceva per scherzo e un po’ no. In ogni caso, in quel contesto, mai una volta che io l’abbia sentito lamentarsi dell’ora legale, anche se in realtà erano le undici e non mezzogiorno.

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Una “colazione fuori porta”

Tali sono i primi pensieri affiorati alla mente stamattina prima di una bella sciacquata di faccia e una rapida toilette, tanto non devo fare collegamenti su Skype e nessuno può vedere come sono conciato, salvo mia moglie che dopo quarantacinque anni si sarà pure rassegnata.
Poi il momento di vera libidine, come diceva Jerry Calà: dalle finestre entrano raggi di una purezza mai vista, tordi e fringuelli cantano tutti arzilli senza nessuno che li disturbi e non si sente un’automobile che sia una. Probabilmente nell’Eden avveniva così.
La prima tazzina di caffè è sempre un rito, le altre le possiamo gustare come capita ma quella del risveglio deve essere celebrata adeguatamente. E così, anche in un evo in cui tutti siamo condannati ai domiciliari, mi accingo a fare una colazione fuori porta. Fuori porta della cucina, intendo, così faccio felice il primo ministro Conte e tutti i mille responsabili dei comitati per la nostra salute che si pavoneggiano ogni momento sul podio dei teleschermi.
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Benedico il momento in cui ho scelto questo appartamento: già la prima volta che ci sono entrato, appena aperte le imposte che davano su questo terrazzino mi sono sentito immediatamente felice perchè dava a sbalzo su un vero e proprio boschetto di pini che mai avrei dovuto potare o curare o liberare delle erbacce sottostanti perché ci avrebbe pensato il mio vicino. Mentre io, dal balcone del primo piano, mi sarei sentito felice e leggero come fossi vissuto per tutto l’anno in una baita dell’amata Pusteria.
Così, anche se mi manca qualche passeggiata che non sia dal salotto alla camera da letto, anche se aspirerei ad una di quelle gite in bicicletta che per pigrizia non faccio mai, anche se il non potermi trovare con amici o figli e nipoti mi pesa, mi godo dal balcone fiorito questa rutilante primavera.

Solo un pensiero mi contraria di brutto: ma perché, quando tutti gli anni questa stagione è il periodo in cui si alternano giorni soleggiati ad altri cupi di pioggia, in questo sciagurato 2020 non è così? Ma perché, a dispetto del proverbio veronese “sol su l’olivela (l’olivo della domenica delle Palme), aqua sula brasadela (la grigliata di Pasqua o Pasquetta)” che a volte si capovolge per assecondare le bizze metereologiche, ma che sta semplicemente ad indicare l’instabilità tipica del periodo, quest’anno ogni giornata è splendida da settimane? Perché, proprio stavolta, tutto questo splendore di natura mi si squaderna davanti agli occhi senza che io possa toccarlo, immergermici o approfittarne?
Eh sì, maledetta primavera come cantava la Goggi tanti e tanti anni fa.

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Qualcosa di rilassante per chi ama leggere
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Autori Vari - Racconti di ex allievi della Scuola Militare Alpina
tra il 1938 e il 2006
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