Editoriale | Delaini & Partners

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La fisiologica interruzione estiva è sfumate assieme alle temperature estive che hanno allentato la morsa.
Uno degli elementi rivelatori del cambio di stagione, parlando di lavoro, è indubbiamente costituito dalla ripresa e dall’intensificarsi nevrotico del numero dei convegni. Non ho niente di contrario, sia chiaro, ai convegni e per molti anni ne sono stato assiduo frequentatore. Adesso sto guarendo, un poco alla volta, nel senso che mi sono fato più selettivo: invece di lasciarmi affascinare dal titolo e dall’argomento, cerco di entrare maggiormente nel merito per capire che cosa mi aspetta e quali contributi di idee e conoscenza mi può dare.
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Il messaggio non può calare dall’alto
Sono diventato piuttosto scettico nei confronti degli eventi di tipo tradizionale dove troppo di frequente avviene che qualcuno si issa sul palco, parla (spesso si parla addosso), ma soprattutto passa più tempo a spiegare quanto la sua società sia bella e brava invece che focalizzarsi sulle soluzioni proposte e sui vantaggi.
Questo tipo di approccio risulta scarsamente efficace per una serie di motivi.
La curva dell’attenzione, come è noto, tende ad abbassarsi nel tempo soprattutto se:
  • l’intervento è monotono (problema di relatore)
  • la presentazione si rivela poco stimolante (problema di contenuti e di forma).
Nei casi più sfortunati – per chi espone - questo avviene nel giro di pochissimi minuti dopo i quali qualsiasi contenuto si perde nei meandri del “pensare ad altro”. Già è virale la “maledizione dello smartphone”, quell’oggetto che ci perseguita in qualsiasi ambiente e qualsiasi contesto anche, va detto, nei picchi di noia si rivela un’efficace ancora di salvezza che ci permette di fare altro, come leggere le email e rispondere piuttosto che dare una scorsa alla Gazzetta dello Sport oppure a Il Sole 24 Ore.
Se interagisci, rimani ben presente
In ogni caso c’è una seconda possibile tipologia di incontri, quelli in formato di tavola rotonda. La caratteristiche sono note:
  • pochi partecipanti, massimo una quindicina
  • interventi brevi, che puntano direttamente al cuore del problema e della relativa soluzione
ogni relazione si chiude con un giro di tavola tra i presenti, per consentire a ciascuno di esprimere dubbi, fare domande, esporre casi specifici.
Certo, questa seconda metodologia impedisce gli “incontri oceanici” (ma quanti ne avete visti di recente?) però ha il vantaggio che, alla fine, l’organizzatore non si ritrova in mano solo l’immagine di una platea che assiste con l’occhio fisso o, nel migliore dei casi, con teste che ciondolano in manifestazione d’assenso come i cagnolini sui cruscotti posteriori di un tempo. Da lì in poi inizia la vera fatica, con la litania dei recall a tutta la lista e lo svantaggio di parlare a gente che ha perduto la magia del momento di prima comunicazione.
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Il modello tavola rotonda è decisamente antitetico: con ciascuno degli intervenuti si finisce per fare amicizia o comunque ad entrare in sintonia, si scambiano parole e biglietti da visita, si condivide un aperitivo parlando della vacanza in Puglia o dei progetti per la prossima stagione sciistica. Ma, soprattutto, si esce con un quadro chiaro del livello di interesse di ciascuno, un interesse espresso – grazie all’atmosfera di coesione – senza reticenze e senza troppi riguardi. Perché è molto meglio sapere che ad uno l’argomento trattato non interessa e cercare di coinvolgerlo un’ volta su un altro tema. Così le energie e le risorse possono essere focalizzate là dove esistono maggiori possibilità di business.
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A parte queste considerazioni (o vaneggiamenti: punti di vista), nel numero di ottobre di Breaking News! mi auguro che possiate trovare parecchi altri spunti interessanti. Buona lettura.
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Alberto Delaini
alberto@delainipartners.it
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