Editoriale | Delaini & Partners
X
X
Il mito dei Big Data
Si fa un gran parlare di “Big Data” quando non tutti hanno le idee chiare in materia e ancora meno hanno iniziato progetti per sfruttare in modo realmente produttivo questa (supposta?) miniera d’oro di conoscenze.
Quello che è certo al momento mi pare sia:
- i Big Data hanno dentro di tutto e di più, nascono in buona parte dal mondo Social, crescono quantitativamente su base esponenziale
- è indispensabile che ci sia qualcuno, anche esterno all’azienda perché lo sforzo è epico, che li alimenta e li aggiorna di continuo
- è opportuno l’intervento di uno specialista di notevole spessore che sappia segmentarli ed analizzarli per renderli fruibili e produttivi in funzione delle esigenze specifiche di ciascuna impresa
- i Big Data sono così grandi che è assolutamente indispensabile accedervi attraverso un servizio in Outsourcing.
X
Qualche “Big grattacapo”
Naturalmente occorre fare attenzione ad elementi tutt’altro che marginali:
- più i data sono Big, più tenderanno a creare problemi di privacy, problemi che già' si stanno delineando; insomma, diventano in prospettiva una merce rischiosa da manipolare
- recentemente sono state sollevate da fonti autorevoli alcuni pesanti dubbi (tipo: falsi clic fatti dai robot) sui numeri reali generati in ambito Big Data; non siamo noi a dirlo ma rimandiamo a: http://www.firstonline.info/a/2015/09/24/pubblicita-in-rete-falsi-clic-dei-robot-google-sot/7c7fc158-05a9-46ea-bf11-2d8eab477e9e
- sempre per restare nel campo dei riferimenti bibliografici, un altro articolo proveniente dal Financial Times:
http://www.corriere.it/tecnologia/economia-digitale/15_settembre_23/accusa-google-fa-pagare-visualizzazioni-false-inserzionisti-9c563dca-61e9-11e5-aa9f-d1a8c0d7928a.shtml
Xi
Big utili per … ?!?!
A questo punto il problema si sposta su di un altro piano: in che misura i Big Data sono utili all’azienda, in particolare alla PMI italiana? Che cosa ci possono fornire di concreto e di utilizzabile nella vita di tutti i giorni? Qual è l’obiettivo e il vantaggio atteso, quali gli investimenti in persone e strutture, quale il ROI di un progetto che vada in questa direzione?
Con questo non sto assolutamente dicendo che i Big Data non servano ma solo che, dietro a questa strategia, prepotentemente enfatizzata da grandi protagonisti del mercato IT, ciascuno deve avere una visione lucida ed informata sull’impegno richiesto e sui ritorni.
X
E gli “Small Data”, dove li mettiamo?
Parlare in modo così intensivo e martellante (convegni, articoli, Tv…) dei Big Data mi sembra rischi da far passare in second’ordine un aspetto magari più terra terra ma vitale per l’operatività di tutti i giorni: quello che potremmo chiamare degli “Small Data”.
Niente di rivoluzionario: ci conviviamo e li utilizziamo dall’inizio dei sistemi informativi aziendali (metà anni ’70, tanto per capirci), li amministriamo e a volte li subiamo, costituiscono la croce e delizia della quotidianità d’ufficio. Si chiamano primanota contabile, movimenti di magazzino, righe di bolla, livelli di distinta base o quello che volete voi.
Una volta andavano ciascuno per conto suo, oggi sono collegati, tracciabili, integrabili anche se di applicazioni differenti. La Business Intelligence li rende fruibili a livello decisionale, oltre che operativo, e sono un patrimonio aziendale “gratuito”, nel senso che il loro costo risiede essenzialmente nelle attività di immissione nel sistema informativo. Una volta che li abbiamo catturati, possiamo farne ciò che vogliamo, sostanzialmente senza investimenti aggiuntivi, se non marginali.
X
* * *
X
Un Editoriale non può essere troppo lungo e dettagliato perchè non deve annoiare. Chi volesse ragionare ancora un poco sugli SMALL DATA, che rappresentano l'asse portante di questo numero di Breaking News, può proseguire la lettura in un'altra sezione dove è ospitati anche il Link ad un simpatico sito autorevole in materia.
X

X

X
Alberto Delaini
alberto@delainipartners.it